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L’Iran chiede un’azione degli Stati Uniti prima di riaprire lo Stretto di Hormuz
Teheran lega qualsiasi riapertura dello Stretto di Hormuz a concessioni statunitensi, mentre i contatti diplomatici a New York non sono riusciti a ridurre le divergenze.
L’Iran ha comunicato ai mediatori che gli Stati Uniti devono agire prima che possano riprendere i negoziati formali, ponendo il futuro dello Stretto di Hormuz al centro di uno stallo diplomatico sempre più ampio, secondo quanto riferito da The National.
Funzionari iraniani e statunitensi si sono scambiati proposte tramite intermediari a New York durante la settimana dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. I contatti miravano a esplorare come porre fine a mesi di conflitto e come ripristinare il traffico marittimo attraverso la strategica via d’acqua. Non hanno tuttavia prodotto un accordo né segnali visibili di cambiamento da parte di Teheran rispetto alla sua posizione consolidata.
Persone a conoscenza della delegazione iraniana e diplomatici occidentali hanno riferito a The National che l’Iran non aveva offerto nuove concessioni. Teheran attendeva invece una risposta alle richieste consegnate a Washington in un documento durante le discussioni.
Una fonte iraniana ha dichiarato che gli incontri erano stati organizzati per trasmettere messaggi e chiarire le posizioni, non per costituire negoziati diretti. Un’altra persona coinvolta nella mediazione ha descritto gli scambi come un tentativo di verificare quanta flessibilità potesse avere ciascuna delle due parti.
Hormuz diventa l’ostacolo centrale
L’Iran ha legato la riapertura della via d’acqua a diversi passi, tra cui una riduzione della pressione militare statunitense e la rimozione di quello che Teheran descrive come un blocco dei suoi porti. Washington si è opposta a tali misure prima che l’Iran fornisca quelle che gli Stati Uniti considerano prove significative di buona volontà.
La posizione pubblica di Teheran è diventata più esplicita quando Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, ha dichiarato che sette condizioni erano state trasmesse agli Stati Uniti tramite intermediari regionali. Pakistan e Qatar sono stati indicati come canali dopo discussioni che hanno coinvolto il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
Rezaei ha dichiarato che l’Iran non avrebbe riaperto la via d’acqua né avviato negoziati finché tali requisiti non fossero stati soddisfatti. Le sue parole indicano che la questione non è semplicemente parte di un più ampio processo negoziale: Teheran presenta l’accesso a Hormuz come un prerequisito per un’ulteriore diplomazia.
Pezeshkian ha rivolto un appello simile in un’intervista trasmessa giovedì da Fox News. Ha affermato che la decisione sulla fine del conflitto spettava a Washington, rafforzando l’insistenza dell’Iran sul fatto che la prima mossa debba arrivare dagli Stati Uniti.
Quella posizione è giunta dopo le dichiarazioni del portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott, che ha detto a The National che il presidente Donald Trump si trovava in una posizione vantaggiosa nei rapporti con l’Iran. I messaggi contrapposti evidenziano un disaccordo fondamentale sull’ordine delle iniziative. L’Iran vuole che la pressione venga allentata prima di compiere dei passi, mentre Washington chiede che sia prima Teheran ad agire.
Cresce la pressione internazionale
La disputa ha conseguenze ben oltre i due governi. Hormuz è una rotta importante per le spedizioni di energia e i governi chiedono che il passaggio attraverso lo stretto resti libero. Il ministro degli Esteri del Bahrein Abdullatif Al Zayani ha letto giovedì all’ONU una dichiarazione sostenuta da circa 80 Paesi. La dichiarazione chiedeva la riapertura urgente della via d’acqua e condannava quelli che descriveva come attacchi iraniani contro gli Stati vicini e il trasporto marittimo commerciale.
The National riferisce che i governi europei e Washington stanno discutendo anche un’iniziativa separata al Consiglio di sicurezza dell’ONU. La misura proposta fornirebbe sostegno politico a un’operazione militare internazionale volta a proteggere la navigazione attraverso Hormuz. Il testo è ancora in fase di preparazione.
I sostenitori ritengono che questo approccio potrebbe essere più accettabile per Cina e Russia rispetto a una proposta precedente sostenuta dal Bahrein. I prezzi elevati del petrolio stanno aumentando la pressione a favore di una risposta internazionale. L’Iran si oppone alla missione marittima proposta.
Lo stallo diplomatico arriva mentre l’interruzione impone costi a entrambe le parti e all’economia più ampia. Le sanzioni statunitensi e il blocco stanno esercitando una forte pressione sull’Iran. Negli Stati Uniti, il conflitto ha contribuito a suscitare preoccupazione per l’aumento dei prezzi della benzina e del diesel, una questione particolarmente sensibile a meno di sei settimane dalle elezioni di metà mandato.
Rischi politici a Washington
La guerra sta inoltre diventando un problema politico interno per la Casa Bianca. Giovedì, il Senato degli Stati Uniti ha respinto di stretta misura una risoluzione che avrebbe imposto a Trump di porre fine al conflitto o di chiedere l’autorizzazione del Congresso. I democratici avevano usato il voto per mettere in difficoltà i repubblicani su una guerra diventata impopolare prima delle elezioni di novembre.
I sondaggi mostrano che i repubblicani incontrano difficoltà nel mantenere le loro ristrette maggioranze al Congresso il 3 novembre, e alcuni membri del partito hanno iniziato a prendere le distanze dal conflitto.
Per ora, il canale diplomatico resta aperto ma limitato. Gli incontri di New York hanno stabilito cosa chiede ciascuna delle due parti senza risolvere l’ordine in cui dovrebbero essere fatte le concessioni. Le condizioni dell’Iran, in particolare quelle legate a Hormuz, restano in vigore; Washington non ha ancora fornito la risposta che, secondo Teheran, sta aspettando.